Il dentista, no!

EAT ANYTHING WITH FALSE TEETH
Fatemi partorire ancora, ma non mandatemi dal dentista, vi prego.
L’ultima volta che ne dovetti affrontare uno era il 2003 e mi trovavo in Polonia. Il molare aveva iniziato a farmi male già da un settimana ma ero convinta che, ignorando il problema, il problema se ne sarebbe andato da solo, umiliato. Il venerdì di Pasqua però non ero ero riuscita a prender sonno dal dolore, e così il giorno dopo.
Mi ritrovai così la domenica di Pasqua con un coltello che scavava tra i denti facendomi piangere dal dolore acuto, insopportabile.
Dovevo trovare un dentista.
Trovare un dentista la mattina di Pasqua, in Polonia, patria suprema di tutte le pasque mondiali – è qualcosa che supera le possibilità umane. Inoltre non mi trovavo in una grande città ma a Stobierna, vicino Rzeszow, nel cuore della Polonia rurale, a casa di amici.
Fu Krzysztof, il mio ospite, a risolvere la situazione. “Ti porto da una persona di cui mi fido ciecamente” disse, e io non ero certo nella posizione di poter controbattere.
Attraversammo un paese vuoto, percorso da raffiche di vento e nevischio, superando campi ghiacciati su cui si posavano grandi corvi neri. Il mondo stava finendo e io sarei morta dal mal di denti.
Krzysztof parcheggiò vicino un grigio kombinat di epoca sovietica, cento piani di altezza per cento di lunghezza, apparentemente abbandonato. Percorremmo corridoi bui, salimmo scale producendo echi inquietanti, alla fine bussammo a una porta dietro la quale proveniva della musica.
Ci aprì una donna sulla quarantina, cresta bionda da punk, trucco feroce, chiodo di pelle, piercing e tacchi a spillo. Ovunque alle pareti foto di tatuaggi e musica metal ad alto volume.
Entrammo in una stanza tutta verde. “Ma questo un ambulatorio per tatuaggi!” protestai con la mezza bocca che mi rimaneva. La punk attempata avvicinò a me un carrello con trapano e altri attrezzi da lavoro. “Adesso è un ambulatorio dentistico”. Già piangevo per il dolore, tanto valeva farlo anche per la disperazione.
La tizia iniziò a frugarmi in bocca chiamandomi kochanie, tesoro, tentando di capire l’origine del dolore. A inquietarmi particolarmente non era tanto la sua presunta competenza, quanto l‘insolita lunghezza delle unghie dipinte di nero
Non so come, ma la punk fece sparire il dolore, curò il dente e mi suggerì di farlo devitalizzare.
Ora: lo so che adesso sono in Italia e che a togliere il dente, ormai a pezzi, sarà un mio vecchio amico, dentista personale nonché uomo bellissimo che invita ad aprire la bocca per metterci l’attrezzo (l’aspirasaliva). Lo so. Ma sono ugualmente terrorizzata.
Le figlie infieriscono senza pietà alcuna: coraggio mamma, dacci il buon esempio.

TAGS