Tu chiamale, se vuoi, omologazioni

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(foto scattata da mia figlia Lara, addobbata esattamente come le ragazze della foto, all’uscita da scuola)

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S’è fatta il tatuaggio (e io l’ho accompagnata)

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Ha iniziato a stressare con la storia che voleva un tatuaggio che aveva solo dodici anni – poco più che un bambina, dunque: ma sei impazzita!?

A tredici aveva scelto il disegno e la parte di corpo da deturpare.

A quattordici aveva iniziato una sorta di sciopero della fame per colpa della sua migliore amica, quella “avanti”, che già ne vantava due.

A quindici la richiesta si era fatta pressante. Niente che non potesse essere risolto con un disegno all’hennè fatto in spiaggia, comunque.

A sedici il pressing era diventato insopportabile. Ma si può dar retta a una sedicenne in balia di mode, umori e volubilità stagionale? No. E infatti la risposta ancora una volta era stata: no. “Ma perché?” Perché no.

A diciassette il disegno era stato scelto. E poi cambiato: una, due, tre volte.

A diciassette anni e tre mesi io e lei eravamo nello studio per fare i tatuaggi. Il papà da Bangalore, dove lavora, aveva già fatto pervenire tutte le autorizzazioni necessarie, le liberatorie, il visto si stampi. E io non ne potevo davvero più.

“Ma non temi i rinfaccioni futuri? I ‘ero troppo piccola per poterlo fare, avresti dovuto impedirmelo, avevi il diritto e il dovere di farlo’? ” chiedono le amiche.
Certo che li temo, anzi, l’ho messo bene in chiaro non appena varcata la porta di ingresso: mai una volta voglio sentirti dire che avrei dovuto impedirtelo. Ma so che lo farà, oh, se lo farà!

“I tatuaggi sono soggetti alle mode: i gechi, i tribali che tanto si vedono sugli avambracci dei ragazzi, tra qualche anno probabilmente sarà solo il marchio indelebile di un’adolescenza targata anni 2010, il cui significato è sicuramente carino ma forse non ne valeva la pena.”

E anche questo è vero. E allora perché non ho fatto ostruzionismo? Perché non le ho chiesto di aspettare quei nove mesi che la separano dalla maggiore età, così che la decisione fosse ragionata, metabolizzata, definitiva? Perché non ho fatto valere la mia autorità di madre negandole il consenso?

Per esasperazione. E anche perché la cosa smetterà di essere un mio problema a breve. Il brutto di avere figli grandi è che rimpiangi l’epoca in cui erano morbidi e cucciolini. Il bello di averli grandi è che puoi pensare: mo’ son cavoli loro.

(foto da flickr in licenza cc)

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La Via Crucis (quella volta che capii cos’è)

“Ma io sono fortunato?”
“Tu sei molto fortunato”
“Già. Perché sono nato”

Mio figlio è nato due volte, oggi festeggio la prima. In questa Domenica delle Palme, equinozio di primavera, persino io – laica – sento il bisogno di entrare in chiesa e ringraziare. Non una chiesa moderna. Una chiesa di campagna, una chiesa minore, ricca di spiritualità contadina. L’Umbria ne è piena.

Questa Domenica delle Palme otto anni fa era un giovedì. Io mi trovavo al reparto maternità per abortire mio figlio per via di una diagnosi infausta che si rivelò sbagliata.

Il venti marzo di otto anni fa era un giovedì, il giovedì di Pasqua, e nevicava. I bambini del reparto maternità piangevano. Il medico che avrebbe dovuto farmi partorire, farmi abortire, forse era in ferie e questo ci salvò dalla tragedia. Una donna incontrata sei mesi dopo in fila alle casse di una profumeria mi raccontò che lei per lavoro praticava le autopsie sui feti abortiti e che sarebbe stata lei a rivelarmi che mio figlio era sano, che si era trattato di un errore.

Quel giovedì di Pasqua nevicava e stavo soffrendo, l’indomani sarebbe stato il venerdì di Pasqua e anche io, come Qualcuno duemila anni prima, stavo vivendo la mia Via Crucis.

Quando percorri la via Crucis sei solo. Nessuno ti aiuta, anzi. Le persone ai bordi della strada ti ostacolano, lo Stato tende una mano solo per consegnarti una cartella Equitalia, l’Europa interviene per ricacciarti dall’inferno da cui sei fuggito.
È fatta così la via Crucis e prima o poi la viviamo tutti. Quel giovedì di Pasqua persino io, laica, capii il significato della Pasqua e della Resurrezione. E della via Crucis che la precede. Per questo persino io, laica, sento il bisogno di trovare una chiesa di campagna scarna di arredi e povera di affreschi, per ringraziare chi la percorse prima di me, per farmi strada.

 

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È stupido avere un gatto

“Ciao, Ross. C’è un gatto grigio che da un paio di giorni gira attorno alla mia casa. È curato, affettuoso, forse è stato abbandonato. Perché non lo prendi tu?”

Che se ne fa la gente di un gatto? I gatti sporcano. Perdono peli di continuo, tu non li vedi ma loro vedono te. Si compattano negli angoli, dietro le porte e ti saltano addosso quando meno te l’aspetti costringendoti a prendere in mano l’aspirapolvere negli orari più assurdi.

A che serve un gatto? A niente. Distrugge sedie e arredi tessili, si fà le unghie sulla pelle del tuo divano lavato a latte detergente e nutrito con oli speciali, destinato a essere tramandato di madre in figlio e ora bisognoso delle cure di un tappezziere.

A che serve un gatto? A esasperarti. Fa la pipì sull’angolo del terrazzo e non nella lettiera superaccessoriata con la sabbia assorbiodori che gli hai comprato. Per farti dispetto, certamente. E impuzzolentisce l’ambiente tutto attorno.

Un gatto, perché? Per farti spendere soldi. Nelle vaccinazioni, nelle cure del veterinario, quelle del toelettatore. Piange se lo lasci in casa da solo, si addormenta dentro il tuo armadio, sopra i maglioni lavati e stirati e riposti per il cambio di stagione.

Un gatto. Ma perché?

Al momento, ho trovato due sole risposte.

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Quindici modi per mettere in imbarazzo i vostri figli

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Un papà inglese ha elencato le dieci maniere più efficaci per mettere in imbarazzo i propri figli. Ho letto con interesse scoprendo che – ad eccezione dell’esibire un torso villoso (ma non ci giurerei..) – le ho messe in pratica tutte. (Ora che ci penso non sono nemmeno mai uscita di casa in pigiama, ma suppongo che aver tenuto i capelli legati in una coda di cavallo fermata da uno slip compensi.)

A ogni modo credo che papà inglese avrebbe potuto sforzarsi e trovarne molte altre, ché infiniti sono i modi per mettere in imbarazzo i propri figli, specie quando raggiungono l’età dell’adolescenza.

Ecco dunque un elenco aggiornato – ma non esaustivo – su ciò che è possibile fare per farvi odiare dai vostri figli come si deve:

1) Dire ai loro amici: “Dammi del Tu”. E fare la supergiovane da quel momento in poi.

2) Uscire contemporaneamente a vostra figlia dal camerino con lo stesso paio di  boyfriend jeans addosso, solo di quattro taglie più grande.

3) Raccontare della sua vita sentimentale durante i pranzi di famiglia.

4) Fare loro ganassino davanti agli amici.

5) Cliccare “segui” sul loro account Instagram.

6) Porre una domanda anonima sul loro account Ask. Farsi sgamare subito.

7)Tirare fuori a tradimento le foto della fase bimboninkia delle scuole medie. Quando sei giovane gli anni hanno il peso delle ere geologiche e l’obsolescenza è tenuta in gran considerazione.

8) Fare battute a sfondo sessuale su Leonardo di Caprio.

9) Flirtare con il vicino di casa che somiglia a Di Caprio.

10) Entusiasmarsi in auto quando alla radio passano le canzoni degli anni Ottanta, cantandoci sopra a gola spiegata.

11) Mostrare loro la coreografia del saggio di danza di quando avevi dodici anni, esibendoti in una sfortunata serie di fouetté en tournant.

12) Scongelare surgelati in scatola quando i loro amici si fermano a pranzo.

13) Entrare in camera delle ragazze mentre scambiano confidenze e segreti con le loro amiche. Lamentarsi del grado di disordine.

15) Guardare la fiction di tendenza assieme a loro e ridere al momento sbagliato.

E queste non sono che le prime cose che mi vengono in mente. Coraggio, ditemi le vostre!

 

 

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Adolescemenza e altre tragedie

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Capita al gioco dell’oca e nella vita che, a un passo dalla fine, si sia costretti a rimanere fermi un giro.

Capita solo nella vita che il giocatore arrivi a una casella – magari dopo una competizione accesa, magari quando ormai era prossimo all’arrivo – e decida di fermarsi lì.

“Non puoi” dice la giocatrice mamma “il gioco prevede che tu prosegua”. Ma niente, il giocatore rinuncia al proprio turno. Pazienza – pensa la mamma –  quando vedrà gli altri passargli avanti, vorrà proseguire.

Ma non succede. Il giocatore rimane ostinatamente fermo, rinuncia a tirare dadi, a incontrare gli amici, a continuare la propria vita di sempre. Smette di sorridere, di divertirsi, di partecipare al gioco – di mangiare! persino.

A questo punto anche gli altri giocatori sono destabilizzati. “Sei a un passo dalla fine!” lo esortano “Tira il dado!”. E anche: “Il gioco non può continuare se non fai la tua parte”, “Stai buttando la partita alle ortiche”.

Il giocatore è irremovibile. La mamma prova a spiegargli che ci penseranno le regole stesse del gioco a inchiodarlo a una casella contro la sua volontà, che si vedrà passare avanti giocatori meno brillanti ma più fortunati, che sta sbagliando tutto. Lo blandisce, lo minaccia, lo supplica, lo insulta.

Il giocatore riottoso se ne frega delle minacce e le suppliche lo infastidiscono, così si alza e se ne va, lasciando gli altri attoniti davanti a una tabellone dove nessuno si muove più.

“Peggio per lui” pensa la giocatrice-mamma tentando di scacciare un sentimento di rabbia e di sconfitta “Nessuno può giocare al posto suo. La partita è solo sua”  si dice. Ma non è vero, e infatti non ci crede nemmeno lei.

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Gore-tex e la remise en forme (non gratis, ma quasi)

“Se mio nonno avesse vissuto abbastanza per vedere che spendiamo più per dimagrire che per mangiare, probabilmente ci insulterebbe” ha detto recentemente Anna quando le ho rivelato quanto mi sarebbe costato l’abbonamento in palestra.

Non ci avevo mai pensato, ma sono stata costretta a rifletterci.

Il fatto è che devo proprio riprendere a muovermi. Perché me lo ha ordinato il medico di base (“Signora, l’attività fisica non è uno sfizio per gente annoiata. È prevenzione. E se pensare alla salute non la motiva abbastanza, consideri l’effetto ringiovanente che l’ossigeno in circolo ha sulla pelle”)

E perché sono nella fase dell'”ora o mai più”: il credito lasciatomi dall’attività sportiva svolta in gioventù sta finendo.

Infine, perché è quasi primavera

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il periodo più bello dell’anno, quello in cui si partecipa alla rinascita della natura. Se esiste un periodo in cui dare inizio ai propositi fatti a Capodanno, è questo.

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Rimaneva la questione aperta dal nonno di Anna: ero davvero disposta a spendere per quello che avrei potuto ottenere gratis?

“Sul web trovi i programmi di allenamento dei migliori personal trainer al mondo.” – Mi ha suggerito lei – “Perché dovresti accontentarti di quello che ti offre una palestra quando puoi avere – gratis – possibilità di allenarti come e quando vuoi, da casa?”

Così sono entrata nel tunnel dell’home fitness attraverso i canali youtube dedicati, come quelli di Benessere 360°, ad esempio, o il walk at home di Leslie Sansone o, ancora, i work-out delle terribili Jillian Michaels e  Ewa Chodakowska, finendo con i dieci, intensi minuti di Fitness Blender

Ma niente batte la mezz’ora di corsa la mattina presto. Perché è quasi primavera, il cielo grigio, l’aria fredda, ma l’inverno è alle spalle,  e perché basta un investimento minimo: tuta e scarpe. Queste in Gore-Tex, ad esempio,

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le uso per i trekking urbani della domenica e ovunque possa barattare i percorsi che facevo in auto con passeggiate a passo veloce (power walk! direbbero Leslie Sansone e la sua cofana) senza potermi appellare alla pioggia o al brutto tempo, ché la tecnologia gore-tex ripara da tutto.

Il mio obiettivo è arrivare alla prova-costume preparata almeno una volta nella vita. E senza innervosire il nonno di Anna.

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Quando nasce un bambino non sai cosa mettere in valigia

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“Hai lavato tutto col disinfettante, spero!”
Stira i body. Il vapore ammazza batteri e virus.”
“Ma quanti ne porti via? Pochi. Aggiungine un altro ché non si sa mai.”
“Non hai l’olio ammorbidente per i capezzoli!? Come farai ad avviare l’allattamento!”
“Il cappellino è fondamentale. Il 70% di calore del corpo umano se ne va dalla testa.”
“Le salviette per detergere il seno, mi raccomando!”
“Ricorda di mettere in valigia una sciarpina leggera per coprirgli il nasino quando lo porterai fuori.”
“I pannolini taglia 00, ché sennò gli staranno grandi”
“Solo taglia 00? Ne conosco una che ha dovuto ricomprare tutto taglia sei.
“Non di lana. Solo cotone.

La stagione delle sempiterne paranoie materne si apre con la preparazione della valigetta che accompagnerà i suoi primi giorni – non giorni qualunque, proprio quelli che andranno a paradigma della sua intera vita. Un body della taglia sbagliata e non saprai più rendergli le misure, sarai sempre troppo severa o troppo poco accomodante, fuori sincrono, imperfetta.
Che razza di mamma è una che non capisce quanto sarà grande suo figlio? Una che gli rovina il palato con la tettarella di gomma, che gli fa prendere il raffreddore, che lo fa vivere tra i microbi

Ho ricordato quel senso di inadeguatezza osservando questa gallery del Corriere della Sera. La valigia per il parto non dipende solo dal luogo di nascita ma varia in base alle paranoie della madre in attesa.
La mia era enorme.

Ecco, volevo dire che quella sensazione di non mettere mai la roba giusta nella valigetta non se ne va assieme alla neonatitudine, anche per l’adolescenza funziona così. Me ne sto rendendo conto adesso che ho la pagina aperta sul form di iscrizione alle scuole superiori: chissà se la scelta è quella giusta, se faccio bene ad assecondare mia figlia, se questi studi andranno bene, se sono della taglia giusta, se la condurranno alla vita che immagina per sé.

(Poi, si sa come va a finire: il bimbo dal guardaroba sterilizzato nascerà tra umori di varia natura, si attaccherà al seno umido di sudore e al ciuccio disinfettato preferirà il proprio alluce o qualsiasi altra cosa purché sporca, e nonostante questo crescerà forte e sano. O grazie a questo, forse)

 

(foto da flickr in licenza cc)

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Kapersky Safe Kids, ovvero: superpoteri ai genitori

Negli anni ho accumulato computer obsoleti e cellulari fossili e adesso i miei ragazzi possono disporre di un discreto parco di pc, smartphone e tablet.
“Male!” mi sgridano i pedagoghi assennati adducendo validissime ragioni: tutta questa tecnologia limita l’alternanza tra gioco digitale e analogico, espone i ragazzi al rischio di accedere a siti dai contenuti inadeguati e aumenta la possibilità di crescere dei disadattati digitali. Per tacere delle onde elettromagnetiche, di cui ancora non si conoscono gli effetti a lungo termine.

I pedagoghi assennati tuttavia, non sanno quanto sia difficile mediare tra figli di età diverse, per due dei quali lo smartphone è parte di sé – chiunque abbia figli adolescenti sa di cosa parlo.

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“Figli piccoli, problemi piccoli” diceva mia nonna, ma aveva torto: avevo creduto che fosse sufficiente essere accanto a Davide mentre guardava i video scelti da me per saperlo al sicuro. Questo fino a quando ho buttato un occhio sullo schermo scorgendo Super Mario e la Principessa Peach intenti a fare cose che eviterò di riportare.

“Figli grandi, problemi grandi”
diceva mia nonna, e aveva ragione: avevo creduto che Erika stesse dormendo nel suo letto, quella notte che venni svegliata dai tuoni e dalla pioggia contro la finestra, invece il letto era vuoto. L’ultimo accesso alle messaggerie risaliva a due ore prima, Erika non rispondeva al telefono e non sapevo dove fosse. In preda al panico iniziai a telefonare (alle due di notte) alle famiglie dei suoi amici riuscendo a essere in un colpo solo inopportuna, superficiale e cretinache razza di madre è una che sa dove si trovi la figlia? Cinque minuti dopo venni chiamata da Erika: stava dormendo a casa di una amica, eravamo rimaste d’accordo così. Me lo ero per caso scordata?

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Ecco, queste sono solo due delle tante tipologie di problemi che Kapersky Safe Kids sarebbe stato in grado di risolvere: una soluzione con così tante funzioni utili da non sapere da che parte cominciare a enumerarle.

Inizierò proprio da questa, la geolocalizzazione: se avessi avuto Kapersky Safe Kids e attivato questa funzione sul cellulare di Erika mi sarei evitata una mezzora di puro panico (e il biasimo di un discreto numero di famiglie).

Ancora, la deresponsabilizzazione: laddove un “Adesso basta!” genitoriale scatena uragani, Kapersky Safe Kids non ammette capricci: una volta raggiunto il limite di utilizzo del tablet, il dispositivo si blocca. Bambini, prendetevela con lui.

Continuando: i superpoteri. Kapersky Safe Kids consente di avere informazioni dettagliate sull’attività in rete dei ragazzi, dalla cronologia, ai contatti, alle iterazioni avute, impostando la ricezione delle notifiche attraverso l’app mobile. I confini della supervisione genitoriali vengono espansi, i control-freak potranno persino contare sulle statistiche dettagliate dell’attività online dei ragazzi su base giornaliera, settimanale e mensile (“Ma mamma, sono stato in rete solo un’ora al giorno!” “Non è vero e ora te lo dimostro”)

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Poi, la tempestività. Cyberbullismo, exting, grooming – cioè l’adescamento in rete – sono i nuovi motivi di angoscia per il genitore di figli digitalizzati. Kapersky Safe kids permette di selezionare i contatti sospetti del dispositivo del ragazzo e se la persona selezionata prova a mettersi in contatto il genitore riceve una notifica. Se il bambino subisce una minaccia, il genitore riceve una email e un messaggio.

“Andrea è il classico nativo digitale”
racconta Laura, mamma entusiasta di treenne evoluto “A due anni giocava con le App educative che scaricavamo apposta per lui, a tre aveva già imparato a scaricarsele da solo: quello è stato il momento in Kapersky Safe Kids ci è venuto in aiuto. Lo abbiamo installato su tutti i dispositivi presenti in casa – è disponibile per Windows, Mac, Android e iOS – per evitare che capitasse inavvertitamente in siti non adatti a lui. Per ora è sufficiente questo ma quando crescerà e si presenteranno esigenze nuove potremmo configurare le restrizioni necessarie attraverso l’account My Kapersky che permette di personalizzare le regole.
Ad Andrea abbiamo detto che navigare in rete è un po’ come andare in auto:
non si parte senza che le cinture siano allacciate. Allo stesso modo, non si naviga se non compare l’icona Kapersky. La cosa bella è che adesso è lui stesso a controllare che l’antivirus sia attivo: se trova l’icona, si sente protetto“

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Ben fatto, Laura, bisogna giocare d’anticipo: a tre anni ti compiaci delle capacità del bambino di usare i dispositivi mobili, a sei la situazione ti è già sfuggita di mano. Lui diventa più bravo di te, ha una conoscenza intuitiva delle nuove tecnologie al punto che chiedi a lui di risolvere i tuoi problemi con lo smartphone. Ci sono passata anch’io. A quel punto diventa difficile riuscire a controllare quello che il bambino visualizza in rete e, di conseguenza, proteggerlo. Perché se limitare l’uso dei dispositivi è difficile, proibirglielo è impossibile – oltre che controproducente: è sufficiente l’ingresso alla scuola primaria perché i bambini vengano a contatto con Lim, tablet e smarthpone e dare loro un’educazione sul loro utilizzo e sugli eventuali rischi diventa un’esigenza imprescindibile.

“È assolutamente indispensabile che il dialogo tra genitori e figli rimanga aperto quando si parla di rete e nuove tecnologie” dichiarano gli esperti di Kapersky Lab “l’educazione digitale parte da qui: dalla necessità di spiegare ai ragazzi i rischi e le possibilità che apre la rete. Le soluzioni che offriamo non possono prescindere da questo. Non ci piacciono le posizioni censorie”.

E neanche a me. Grazie per tutto, signor Kapersky.

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Sbrigati ché è tardi. Forse.

 

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A 16, 17, 19 anni, la vita è tutto meno che breve; è una strada infinita costellata di mille possibilità di essere quello che volete. Il tempo scorre lento, il presente vi appartiene e voi appartenete a lui. E quei tizi che urlano in salotto che dovete darvi una mossa, fare le scelte giuste e pensare al futuro, non hanno capito niente.”

Questo post di Anna Lo Piano continua a risuonare nella mia testa, dando forma a pensieri che rimanevano negli strati bassi della coscienza senza riuscire a prendere una  forma compiuta.

“In effetti non ha senso gridare a qualcuno, urlare  Sbrigati, muoviti, datti una mossa! quando il treno lo stai perdendo tu, non loro” afferma Barbara, mamma di tre.

Ma quindi succede anche a voi? – chiedo. Perché credevo di essere la sola a sprofondare in quel tipo di angoscia.

“Siamo tutti nella stessa barca” conferma Anna, l’autrice del post.

“Ti dico un segreto” prosegue Barbara “dopo anni di Muoviti, fai, preparati, costruisci il tuo futuro! ho concluso che se solo avessi un po’ più di coraggio e fiducia nella vita direi ai miei figli di fare solo ciò che davvero gli piace. Riflessione fatta alle 6.00 del sabato quando mio figlio si è alzato per andare a scuola e si preparava pigramente, un’indolenza che mi sembrava presagio di talenti andati sprecati. Così gli ho urlato contro, ma anche lì ho sbagliato: lui era solo assonnato, mentre io la buttavo su un piano esistenziale.”

Ecco, a me succede una cosa simile. Se da un lato mi affanno tanto per avviare le ragazze verso la vita adulta, attenta a a che non facciano passi falsi, dall’altro scrollo le spalle sulle sconfitte che fino a qualche anno fa avrei preso a paradigma di vite sprecate: una insufficienza a matematica, un’interrogazione andata male, un gesto di ribellione, un pomeriggio passato a fare assolutamente nulla. Cose così. Perché so che quello che davvero importa è qualcos’altro che non metto a fuoco.

Barbara, stiamo dicendo la stessa cosa?

“Sì. E quando sei di fronte a certi eventi ti rendi che le cose  importanti sono davvero poche. Eppure ai figli continui a dire Studia l’inglese che è fondamentale!

Cosa è importante, allora? Non lo so più, e neanche Barbara. Forse, a dispetto delle possibilità che offre la nostra epoca, ci sentiamo precari. Abbiamo visto cambiare il mondo troppo velocemente, sicurezze venire meno, e le certezze con cui eravamo cresciute non valgono più.
Forse siamo solo angosciati all’idea che anche loro, un giorno, arrivino alla nostra età con la consapevolezza che certi treni non passano più e che certe occasioni sono andate perdute per sempre, guardiamo alle loro vite con gli stessi occhi con cui misuriamo le nostre.

I ragazzi di oggi avranno un futuro migliore se studieranno? Sì, forse, ma non è detto. Forse tra qualche anno varranno nuove regole, ci saranno opportunità che nemmeno riusciamo a considerare e aver studiato non basterà più, ci vorrà altro: spregiudicatezza, coraggio, visionaretà, ostinazione. Fortuna.

Dall’alto delle nostre età, abbiamo capito due cose:
che tempus fugit, la prima,
e che li stiamo ingannando, la seconda. Il loro futuro non sarà compromesso per dei compiti non fatti, né per un ottativo sbagliato, per una verifica andata male. Ugualmente li richiamiamo alle loro responsabilità per forza di inerzia, replicando un modello che è stato su di noi, e mettiamo loro fretta affinché non perdano tempo, occasioni, opportunità.

Dalle loro camere i ragazzi fanno spallucce. “Non saremo mai come ci volete voi” sembrano dire. Noi tiriamo un sospiro di sollievo.

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