Tu che sei così gentile

“Anche tu prenderai l’Ostia, domenica?” chiede Lara, prossima alla Prima Comunione
“Non credo, Lara – le rispondo – perché non mi sono confessata. Non lo faccio da anni”
Ma non avrai fatto così tanto peccati, nel frattempo!” insiste lei.
Che peccati ho fatto, nel frattempo? Dunque vediamo.
Non consideriamo quelli che sono peccati per la Chiesa: quelli, li ho commessi tutti più e più volte, a cominciare dal fatto che cerco Dio senza trovarlo. Soprattutto, senza trovarlo nella Chiesa. Quando accompagno mia figlia alla Messa, tutta la mia razionalità si ribella a ciò che ascolto. Non riesco ad abbandonarmi alla Fede, eppure lo vorrei.
Consideriamo quindi quelli che sono peccati secondo l’etica laica.
Li ho commessi tutti, anche quelli.
Nel tempo ho tradito amicizie, amori, ideali. Ho tradito anche l’idea che avevo di me stessa, scendendo a compromessi in questioni che credevo mai mi avrebbero riguardato. Ho ferito chi mi voleva bene, sono stata meschina e ho commesso meschinità. Ho puntato l’indice accusatore contro persone e comportamenti, trovandomi poi a ripercorrere le stesse situazioni e compiere le stesse scelte appena un attimo dopo – ma riservandomi maggiore indulgenza.
Se guardo nel magma di ciò che sono e ciò che ho fatto, se osservo il chiaroscuro dei miei sentimenti, mi sento lontanissima dalla bambina di nove anni che sono stata: quella che sapeva benissimo ciò che era giusto e ciò che era sbagliato, che sapeva fare del bene ed evitare il male.
Ho scoperto che diventare adulti significa sporcarsi l’anima, spesso volontariamente, talvolta nostro malgrado. Così mi trascino nella vita con la mia anima stazzonata.
Non riesco proprio a capire cosa tu possa avere fatto da non poterti comunicare senza esserti prima confessata – continua Lara – sei sempre così gentile con tutti, così buona”.
E io mi sento assolta. La mia Lara mi assolve.
Per un attimo ho l’impressione di indossare un’anima ancora pulita, nuova, freschissima. E sono così commossa che avrei voglia di piangere.

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Guerra al piercing (vince il piercing)


La tempesta si abbatte mentre la famiglia è immersa in un’atmosfera di calma apparente.
Io sto stirando, i piccoli guardano la televisione, la grande è tornata dagli allenamenti e ora è al computer. Nessuno litiga con qualcun altro.
All’improvviso e senza alcun motivo, la tredicenne si alza in piedi con l’espressione di chi ha subito la più grande delle ingiustizie, si piazza in mezzo alla stanza e urla: “Tutte le mie amiche hanno il piercing al naso! Lo voglio anch’io!”
Continuo a piegare magliette e, fingendo di non aver dato alcun peso alla richiesta, rispondo semplicemente: “No”. Però mi esce la voce di Rambo.
L’apocalisse.
Come un derviscio in preda a convulsioni, Erika inizia un’isterica danza Sufi. Gira vorticosamente su se stessa battendo i piedi al suono di “Ma ce l’hanno tutteeeeeeee”, quindi inizia a fare un minuzioso elenco delle sue frustrazioni causate da me, che sono una mamma kattivissima del millennio scorso.
“Non posso andare in vacanza assieme alle mie amiche, non posso andare in California con Giorgia, non mi mandi in discoteca, ti sei anche stranita quando hai visto che al saggio di fine anno interpreto Roxane dei Police. La mia vita è un inferno! Dimmi almeno perché no!”
Facendo appello a tutte le mie capacità dialettiche, agli artifici retorici e alla mia logia ineccepibile, le spiego: “No, perché no”.
La tempesta si placa, nessuno fiata più.
Ma, come direbbe John Wayne, questo silenzio non mi piace.
“Io lo faccio lo stesso” conclude facendo spallucce.
Non puoi – le spiego- non si praticano fori sul corpo di un minorenne senza il consenso di un genitore o di un tutore adulto.
Ma lei ha un’altra idea. “Guarda che le mie amiche si fanno il piercing tra di loro – sogghigna – non è necessario un esperto”
Mentre sono ancora lì che tento di metabolizzare la notizia, l’affondo finale: “i tuoi quattro orecchini sono tecnicamente dei piercing e te li sei fatti quando avevi la mia età, me l’hai raccontato tu. E dunque, perché io non posso?”
Per fermarla – oltre a ricorrere a minacce e punizioni esemplari – ho evocato immagini truculente e un po’ schifose di fori che si allargano e muco gocciolante dalle pareti del naso .
Ma temo che la tregua che ne è derivata sia solo – perlappunto – una tregua.
Come vinco la guerra?

 

(foto da Flickr: me, frammento)

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La festa della mamma e altri fastidi


Quando mi venne proposto di tenere un blog sul tema della maternità, mi trovai ad affrontare un problema di coscienza.
Il fatto è che non sopporto i blog di mamme. Li trovo autoreferenziali, sbrodolano compiacimento e presumono che il mondo sia interessato alle crisi gastrointestinali della propria prole. Ma non sono una persona coerente, e accettai con entusiasmo.
Ritrovo quella stessa insofferenza quando si avvicina la Festa della mamma.
Per me la Festa della mamma significa innanzitutto risolvere il problema dello stoccaggio dei regalini che ne conseguono, il cui numero cresce in maniera esponenziale alla quantità dei figli di cui si dispone.
Dove alloggiare l’ennesimo calco della manina cucciola? Come esporre – nascondendolo contemporaneamente alla vista – il coniglietto di ceramica, residuato delle recenti festività pasquali e riciclato quale gadget mammesco dall’astuto negoziante? Ma vabbè, son cose che si risolvono: dopo un po’ questi capolavori del kitsch infantile scompaiono e nessuno ne sa più nulla.
Quello che mi è più difficile sopportare, invece, è la retorica della mammeria immonda (la definizione è di Emanuela, prendetevela con lei): quella che presenta le mamme con l’aria affaticata da matres dolorosae, votate alle tute in triacetato (“ché son tanto comode, signoramia”), grondanti torte e dispensatrici di coccole, afflitte da tribboli, sempre di corsa.
Nella classifica dei personali fastidi, però, c’è una sola cosa che batte l’esaltazione della maternità: l’autoesaltazione.
“Faccio la cuoca, l’animatrice, la psicologa, la colf, la coach motivazionale. Sono maestra, infermiera, lavandaia (lavandaia?!), allenatrice e molto altro ancora. Dici che il tuo lavoro è più difficile del mio? Ma io sono una mamma!” ha scritto recentemente un’amica nel proprio profilo di facebook, status al quale ho risposto: se pensi che fare la mamma sia difficile, va’ a fare il cardiochirurgo, vai. Come distruggere un’amicizia di anni in pochi pixel.
In realtà mi sto soltanto proteggendo dai fiumi di melassa che circondano la figura della mamma e che a breve si riverseranno nei media, nei social network, nelle scuole.
Li considero solo esercizi retorici. Anche perché quando il gioco si fa duro e i figli sfuggono al controllo, commettono qualche sciocchezza o prendono strade sbagliate, a chi pensate daranno la colpa?

(Nella foto: io e i ragazzi in un momento di madrematernità. A mia discolpa posso solo dire che.. No, niente. Non posso dire niente)

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Mio figlio è più in gamba del tuo

All’uscita della scuola d’infanzia, un gruppo di bambini in bicicletta si sfida in una gara all’ultimo sangue.
Poco distante, una bambina dai lineamenti orientali tenta di salire su una bici troppo grande per lei. Non le darei più di quattro o cinque anni, ma la concentrazione e la presenza a se stessa che dimostra suggeriscono un’altra età. La madre di tanto in tanto alza gli occhi dal libro che sta leggendo e la incoraggia.
Tra le mamme dei bimbi in bici, intanto, è partito un altro tipo di gara.
“Guardate che bello il disegno che ha fatto Sara! E l’ha anche firmato!” esulta la prima mostrando un nome scritto in stampatello con la R rovesciata.
“Beh, ma è abbastanza normale saper scrivere il proprio nome a cinque anni. Anche mio figlio che ne ha quattro ne è capace” la gela la seconda.
“Giacomo a quattro anni conosceva tutti i numeri e le lettere dell’alfabeto” le informa una terza.
“Emma ha imparato a leggere e a scrivere a tre e mezzo, non riuscivo a crederci nemmeno io!”.
Il primo round è dunque vinto da Mammadiemma. Mammadisara non riesce nemmeno a salire sul podio e lancia attorno a sé occhiate infastidite.
“Mio figlio è un tipo più fisico che intellettuale” rilancia Mammadigiacomo “corre, salta, non si stanca mai. Ha imparato a camminare a soli undici mesi!”
“Sara a dieci mesi e mezzo!”
Elena ha camminato a sette! Era impressionante vedere questa neonata spostarsi da sola su due gambette veloci”
Mammadielena guadagna così il primo posto, distaccando le avversarie (i cui visi esprimono assoluto scetticismo) di parecchie settimane.
La bimba intanto è riuscita a salire sulla sua grossa bici. Pedala, scarta, cade. La madre liquida la questione con un sorriso: “Ferite di guerra” dice rivolta al gruppo di mamme che adesso presta attenzione alla folletta orientale.
“Vai a scuola con i nostri bambini?” chiede Mammadisara.
“No, signora. Ho già sei anni, vado alla scuola primaria” risponde la bambina usando un inaspettato Lei “ma non qui a Perugia: vivo a Foligno, che è in provincia di Perugia” sottolinea con aria seria. La bambina si rivolge quindi alla madre nella sua lingua.
“Che brava – Mammadiemma è sinceramente impressionata – parli perfettamente due lingue!”
Tre” precisa la bambina “conosco bene anche l’inglese”
Il gruppo ammutolisce, sconfitto. Se la madre della piccola avesse partecipato al garino, le avrebbe stracciate.
Improvvisamente nervose, le madri richiamano i figli con urla secche. Presto, a casa! Oggi facciamo i compiti!

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Tutto quello che non dicono sul parto e che, forse, non volevate nemmeno sapere

Seconds after birth
Non ho mai frequentato un corso preparto. Ero (irragionevolmente) convinta che non ne avrei avuto bisogno: quando sarebbe venuto il momento, una bella shakeratina dei fianchi e un paio di spintarelle mi avrebbero tolto dall’impaccio. Olè!
Non avevo tutti i torti: due volte su tre è andata esattamente così. Tuttavia, se avessi frequentato un corso preparto, questo è quanto avrei voluto sentirmi dire:

1) Partorire fa male, si sa. Ma non si può spiegare quanto, né quanto dura. Si tratta pur sempre di far passare un bambino di 50 centimetri e dal peso medio di tre chili laddove a malapena entra un pene. Quando si sente l’impellenza di spingere, si è frenate dal bruciore delle pareti della vagina. Io risolvevo la questione strappandomi i capelli e cercando di compensare così il dolore alle reni. La mia amica Anna, invece, è ricorsa all’auto-aiuto: “Di fronte a qualsiasi genere di dolore da affrontare, tipo il dentista, di solito mi dico “Forza, nessuno è mai morto di mal di denti”. Lì ricordo di aver cominciato ad applicare lo stesso principio, per poi pensare “oh, cazzo!”.
“Io ho fatto tre cesarei e sentito tanto male dopo. Non vale, vero?” chiede Francesca. Vale, vale.

2) Se vi propongono la manovra di Kristeller, urlate “No!” e spingete più forte che potete.

3) Assieme al bambino esce un sacco di altra roba. “Ti prego, questo non scriverlo” ha implorato Paola, e invece lo scrivo: ci si fa addosso di tutto (chiaro il concetto di tutto?) e spesso durante il travaglio si vomita. Tutti gli umori presenti nel vostro corpo vi saranno – come dire – riproposti.

4) La roba che ti danno dopo il cesareo è tagliata bene. Parola di Roberta.

5) Quando crederete che sia tutto finito, vi chiederanno di spingere ancora per far uscire la placenta, che è tra le cose più brutte che vi capiterà di vedere in vita vostra. Se avete un marito polacco, poi, dovrete dissuaderlo dal cucinarla alla piastra con rosmarino e un filo d’olio.

6) L’amore verso il proprio bambino può tardare. Dopo la nascita della prima figlia sono rimasta a lungo a occhi chiusi per far sedimentare il dolore e l’emozione di quel momento. Tutti attorno a me chiedevano che li aprissi e guardassi la mia bambina. Obbedii di malavoglia, e la prima sensazione che ricordo di aver provato è stata il fastidio nel constatare che Erika mi aveva rubato la forma delle labbra. Il terrore che provai di fronte a quel sentimento inaspettato merita un post-appost.

7) Emorroidi e punti di sutura sono una gran brutta cosa.

8 ) “I dolori del parto si superano” dicono le nonne. Non è vero, basta concentrarsi che si ricordano perfettamente. Ma che senso ha farlo?

9) Dopo il parto si è prese da delirio di onnipotenza. “Dopo questa posso fare tutto, tutto, tutto, tutto” pensava Raffaella. Siccome non è possibile fare tutto, tutto, tutto, compenserete parlando del vostro parto all’infinito, arricchendolo di particolari agghiaccianti, talora al solo scopo di terrorizzare primipare incolpevoli.

10) Esistono anche parti meravigliosi in cui le puerpere hanno il perfetto controllo del proprio corpo e una ripresa rapidissima. Io stessa ne ho visti tanti, durante i miei soggiorni in ospedale. Esiste anche chi, come Valentina, non ha sentito nemmeno le contrazioni più forti. Provate, e potrete essere fortunate.

Foto da Flickr: seconds after birth

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L’amica ricca (e anche bella, simpatica, intelligente)

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Lavinia ha tredici anni ed è bella, arguta, ricercata dagli amici. Vive in una grande casa affacciata su una valle magnifica.
Mia figlia Erika si ferma spesso a dormire da lei, il sabato sera. Mangiano pizza cucinata nel grande forno a legna della taverna e, la sera, nessuno disturba le confidenze tra le ragazze quando chiacchierano fino a notte fonda: Lavinia ha a disposizione un intero piano solo per lei.
E’ così da anni, ieri però qualcosa è cambiato. Ieri, Erika ha smesso di dare per scontata la situazione privilegiata dell’amica e ha confrontato il suo stile di vita al nostro.
Lavinia ha intero un guardaroba tutto nuovo” mi racconta “mentre io indosso sempre gli stessi vestiti. I miei amici devono pensare che non ho altro”.
Erika non è esattamente la Piccola Fiammiferaia, però la capisco.
Anche io alla sua età avevo un’amica che possedeva tutto ciò che un’adolescente potesse desiderare: genitori adoranti, un cassetto pieno di banconote che prelevava a piacimento per comprarsi le merendine, il motorino. Inoltre – secondo la leggenda – non indossava lo stesso abito per più di due volte.
Non era nemmeno possibile detestarla: Patrizia era anche intelligente, simpatica e gentile, oltre che incredibilmente bella. La ragazza più popolare della città
Nella vita di ognuno di noi c’è una Lavinia o una Patrizia” confida mia madre “Io ero amica di Gabriella. Le volevo bene, ma la invidiavo anche: mi sembrava che la vita mi avesse riservato solo foglie d’ortica, mentre a lei donava petali di rosa. Quando andai a trovarla a casa la prima volta – era il 1960! – vidi che nel bagno aveva il copriwater in ciniglia decorato con mazzi di rose, con asciugamani e il tappetino coordinati. A ripensarci, una pacchianata pazzesca. All’epoca però mi sembrò una cosa incredibilmente raffinata, il simbolo di tutto quello che le invidiavo: bellezza, spigliatezza, benessere.”
La vita poi non ha sempre riservato a Gabriella e Patrizia eventi all’altezza delle loro partenze strepitose. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, però, ho accolto le notizie sulle traversie della mia amica d’infanzia con dispiacere vero: ancora oggi mi viene spontaneo pensare che una ragazza così speciale avrebbe avuto diritto solo a cose belle.
Ormai sono una donna di mezza età e ho imparato che problemi, pensieri e cellulite vengono ripartiti democraticamente nella vita di ognuno.
Vorrei spiegare a mia figlia che non esistono foglie d’ortica né petali di rosa, ma che siamo tutti foglie d’insalata. Ma so che non lo capirebbe.
Nell’attesa le comprerò un nuovo paio di jeans e una t-shirt . Di più ora non posso, e questo può capirlo anche se ha solo tredici anni.

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Panettone reloaded

Panettone!
L’invito di mia madre arriva proprio mentre mi trovo davanti alla dispensa, intenta a valutare cosa preparare per pranzo che possa andare bene a tutti (spaghetti in bianco nella variante burro e parmigiano/olio e parmigiano. Olè!)
Venite a pranzo da noi” dice “si mangia di tutto un po’
Accetto entusiasta, sebbene “di tutto un po’ ” non sia una buona premessa. Nonna Silvana cucina a sentimento, scegliendo il cibo in base alle preferenze cromatiche del momento, alla posizione occupata dagli alimenti nel frigorifero e all’approssimarsi della loro data di scadenza.
Inspiegabilmente, le riesce tutto benissimo.
Ho fatto la pasta agli asparagi, drenante, disintossicante!” annuncia festosa “Dentro ci ho messo anche dei porri, lo speck perché c’era, il salmone che mi avanzava, una salsiccia che insaporisce e la panna ad amalgamare il tutto“. Reprimo un ruttino.
In cucina c’è un odore delizioso, mia madre mette nel piatto di ognuno una quantità impressionante di pasta. I miei figli – quegli stessi che non mangiano prosciutto cotto se prima non gli hanno tolto tutti i grassini – si leccano i baffi.
Mangia, mangia!” mi incoraggia la mamma.
Mangia, ché sei sciupatina” le fa eco mio padre. Lui divide le donne in due categorie: quelle che hanno squintalato, e le sciupatine. Apparterrò alla seconda ancora per poco.
Mangia! Ché dopo c’è anche il petto di tacchino. Com’è? Troppo aceto, troppa rucola, troppo parmigiano? C’è l’insalata. Mangia l’insalata!”
mm…’petta” le dico con la bocca ancora piena di pasta al piombo mentre lei – implacabile – già riempie il secondo piatto di tacchino e insalata mista.
L’insalata” ricorda agitando il ditino imparatore “é lo spazzino dell’intestino!”.
Me l’aspettavo: difficilmente si riesce a concludere un pasto senza sapere in anticipo quale alimento ripulirà il nostro colon, non c’è ospite che non ne venga informato.
E poi c’è il panettone
Come, il panettone? A maggio?
Ne ho comprati una decina a gennaio, quando erano in offerta. Vuoi che passi da Natale a Natale senza mangiare panettone nel frattempo?
No! Sia mai che la nonna passi tra le sciupatine. A dirla tutta, non mi capacito di come possa rimanere in forma con tutto quello che mangia: la osservo mentre spalma la panna sopra le fette di panettone e tira fuori il cioccolato.
I nipoti la adorano, la nonna è una garanzia.
Ho il Montasio, ne vuoi un po’?” chiede mentre già addento la mia fetta di panettone alla panna “Tanto dopo beviamo il caffè e facciamo il rasentin con la grappa, così digeriamo”. Alla grappa seguirà altro cioccolato fondente “che ci sta bene”, poi ancora un amaro dal nome improbabile.
Prima di andarcene, io e i ragazzi le rubiamo anche un po’ di caramelle che nasconde nei mobili del salotto.
Mi avvio all’auto satolla. Non vorrei sentir parlare di cibo nelle settimane a venire, ma.. “Senti nonna” le chiedono i nipoti “cosa fai per cena?”

Foto: da Flickr Panettone!

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Cose da donne

Go Team Menstruation!
Paola ed io avevamo entrambe undici anni. Eravamo vicine di casa, amiche, e coglievamo ogni occasione per rimanere a casa da sole per dar sfogo alla curiosità che da mesi ci tormentava: con quale intensità esce il sangue mestruale?
Per averne un’idea aprivamo il rubinetto quel tanto che bastava per far cadere poche gocce d’acqua.
Così? No, forse un po’ di più.
Allora così, un rivolo sottile e continuo? Mah.
“Così?” ci chiedevamo ancora aprendo i rubinetti per intero e ridendo come pazze.
Nonostante questa attenta preparazione, l’arrivo delle mestruazioni mi colse di sorpresa.
“Forse sto morendo” urlai dal bagno. Mia madre capì, e arrivò porgendomi due materassi sovrapposti da piazzare in mezzo alle gambe.
Nei giorni successivi camminai come John Wayne: gambe ad arco e spalle in avanti, ché i seni di una dodicenne subiscono una forza di gravità direttamente proporzionale all’imbarazzo della ragazza cui crescono.
Quando nacquero le bambine promisi a me stessa che avrei affrontato l’argomento “mestruazioni & sviluppo” in maniera serena, quando sarebbe venuto il momento. Gli assorbenti sarebbero stati una presenza ordinaria e adeguatamente motivata e loro si sarebbero abituate fin da subito al fatto che, talvolta, anche la mamma avrebbe indossato il pannolino, proprio come loro.
Così, quando qualche giorno fa la tredicenne ha chiesto con voce piena di trepidazione che gliene passassi uno, eravamo pronte entrambe.
Al contrario di me, Erika sapeva esattamente come andava posizionato (“Pensa quante prove deve aver fatto!” suggerisce zia Sara) e ha subito dato disposizioni precise in merito alle marche di suo gradimento. Dopodiché si è fiondata al pc per aggiornare il suo status di quasi adulta.
Io ho cercato di commuovermi un po’ tentando di riconoscere nell’adolescente esile che avevo di fronte la duenne allegra e paciarotta che mi correva incontro a braccia aperte quando andavo a prenderla al nido.
Mi sono anche sforzata di mettere assieme qualche riflessione nostalgica sul tempo che passa e i figli che crescono, ma inutilmente: in realtà ha prevalso l’inquietudine derivante dalla sinistra intersecazione di tre parole
1) adolescente
2) malmostosa
3) in sindrome premestruale
nonché potenziale intasatrice di scarichi del water.
Quella notte ho dormito poco. Sentivo crescere dentro di me nuovi motivi di ansia e preoccupazione e le rare volte che cedevo al sonno sognavo assorbenti con le ali, mooncup e rubinetti aperti.

Foto: da Flickr Go Team Menstruation! (delle pazze, non c’è altra spiegazione)

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La bomboniera

Bomboniere Roma : Casilina
… e poi abbiamo questa. Guardi che cosina raffinata, che chicchina!” dice la titolare del negozio di bomboniere porgendomi una farfalla in cristallo swaroski
con le ali pigmentate da brillantini colorati
posata sopra un fiore in argento satinato dai bordi rosa e blu
poggiante su una conchiglia bianca.
E’ un attimo. Sento che sto per scoppiare a ridere e mi trattengo, ma più freno la risata tanto più sento uscire -irrefrenabili! – le lacrime da stupidera soppressa.
“Scusi..mphffff… scusiscusi …. mphfffmhfffffffuuuuuuaahahahaHAHAHAHAH… Scusi! AhahhaAHAH
La ragazza è attonita, mia figlia si allontana imbarazzata, io mi guardo affannosamente attorno in cerca di qualcosa che blocchi questo attacco di ridarella compulsiva che non riesco assolutamente a trattenere.
“No, è che…..mphhfffff”
Pierrot in cristallo piangono sotto palme d’argento, Madonnine pregano dentro grotte di cozze, putti obesi si posano in volo su nuvolette che cambiano colore a seconda del tempo.
Tanto ormai la mia reputazione è compromessa: mi produco nella più clamorosa delle risate – a dirla tutta penso di essermela anche fatta  un po’ addosso.
Un momento terribile.
“La colpa è tua che vuoi le bomboniere per la Comunione” dico a Lara cercando vigliaccamente di deresponsabilizzarmi. 
“Ma a me bastava che fosse a forma di Spongebob!”
si difende lei.
Il fatto è che le bomboniere – tutte – superano il grado di kitsch che sono in grado di sopportare.
“Non posso dimenticare le saponette a forma di Madonna del Pilar ricevute dai parenti spagnoli” ricorda Giulia. “Per me, la più assurda è stata un cucciolo di cane in porcellana a dimensione naturale” le fa eco Antonella.
La bomboniera peggiore mai ricevuta è stata un piccolo orcio in terracotta riempito con del vinaccio rosso artigianale, sigillato da un tappone in sughero e accompagnato da una pergamenina col Vangelo delle nozze di Canaa scritto a caratteri minuscoli. Buona parte degli invitati nell’aprirlo s’è rovesciata il vino addosso, procurandosi così un ricordo indelebile della giornata” ricorda Rosaria vincendo la competizione.
Ma le bomboniere non erano estinte?
“Si credeva lo fossero a cavallo del 2000, con l’avvento dei ricevimenti meno solenni tipo i matrimoni a buffet” afferma Sara dichiarandosi convinta che siano state le bomboniere, fortemente volute da sua madre contro la sua volontà, a farle naufragare il matrimonio.
Invece non sono estinte affatto, anzi proliferano: sto scoprendo in questi giorni l’esistenza di bomboniere per ogni possibile evento che meriti una celebrazione quale laurea, fidanzamento, baby shower. E a breve, per la comunione di Lara, i miei parenti saranno deliziati da una statuetta di Spongebob in cristallo swaroski.
Una chicchina.

 

Foto da Flickr

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Mamme in preda a una crisi di nervi

Laura Urlo di Munch version
Può succedere in qualunque momento della settimana ma di solito accade di domenica quando – siccome è domenica – fuori piove e la famiglia è costretta alla convivenza forzata dentro casa.
I piccoli si contendono il computer, se lo strappano dalle mani gridando mentre la figlia grande, imperturbabile, continua a guardare la televisione come se la cosa non la riguardasse.
In cucina regna il caos della colazione, la lavatrice ha finito il suo ciclo, c’è il pranzo da preparare e io sono già stanca – eppure la sera prima sono andata a letto presto!
Fosse per me, tornerei a dormire. Ma i ragazzi dovranno pur mangiare, quindi inizio a cucinare. Ho i nervi a fior di pelle e sento che potrei mettermi a piangere. Dal soggiorno arrivano le urla sempre più arrabbiate dei figli.
Vorrei essere altrove. Altrove, altrove.
Rumore di un bicchiere che cade, vetro che si frantuma. Sicuramente è la coca cola, e sì che avevo chiesto a Davide di stare attento!
In momenti come questo una parola di troppo può mandarmi fuori di testa. Questa parola esiste, ed è “mamma.”.
Anzi: MAAMMMMAAAAAAA!
Sento salire dentro di me un magma di emozioni che mi rifiuto si mettere a fuoco, tanto sono nere.
Ho due possibilità: fare una strage, oppure allontanarmi. Nessuna delle due opzioni è un’iperbole.
Quante volte sono uscita dal cono d’ombra della stanchezza, della rabbia e dell’esasperazione allontanandomi fisicamente da loro, creando una distanza di sicurezza per la loro incolumità.
Senza dire una parola lascio la cucina e mi rifugio in camera. Per le ragazze è il segnale che è stato raggiunto il limite. Le sento affaccendarsi tra la cucina e il soggiorno armate di stracci e spazzoloni, le sento chiedere a Davide di lasciarmi in pace, tentare di distrarlo.
Povere! Non è nemmeno colpa loro.
Ma non posso ancora tornare di là: devo lasciare sedimentare il rancore e l’esasperazione, la tensione, il senso di sopraffazione.
Sono i momenti di sbrocco materno. Nascono ed esplodono in un crescendo di circostanze sfavorevoli, ma talvolta basta un niente scatenarli, lasciandomi sgomenta.
Nel tempo ho imparato a riconoscerne i segnali, a limitare i danni, e anche a smettere di colpevolizzarmi troppo. Le madri ne parlano nel web in maniera ironica per sdrammatizzarli, per fingere che siano innocui, un momento di folklore. In realtà ci spaventano a morte.
Quando torno in cucina c’è silenzio e una strana atmosfera sospesa.
Chiedo ai ragazzi di prepararsi: usciremo, andremo a mangiare da qualche parte, faremo qualcosa per ritrovare la serenità. Gireremo dentro un centro commerciale mentre fuori piove a scroscio. Ci compreremo dei libri, un paio di t-shirt nuove. I piccoli andranno nello spazio giochi.
Prima o poi tornerà il bel tempo – e poi grazie a Dio arriva lunedì.

 

Foto: da Flickr Laura Urlo di Munch version di Violetz_85

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