Amref: dovessi risposarmi oggi…

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Forse è grazie all’età, all’esperienza, a un certo disincanto se la mia vita si è fatta leggera. Anziché accumulare, ho iniziato a buttare tutte le cose che appesantivano la mia quotidianità, quelle tenute per forza d’inerzia, quelle che “non si sa mai”. E no, Marie Kondo e il suo magico potere del riordino non c’entrano nulla. C’entra piuttosto avere tanta vita attorno e così poco spazio. Dunque, via tutto.

Mentre facevo ordine nelle nostre stanze e le nostre vite mi sono ricordata che a Maggio festeggerò 18 anni di matrimonio. La nostra vita coniugale è fuori dall’ordinario, persi come siamo tra continenti diversi, eppure abbiamo voluto che il matrimonio fosse tradizionale. L’ho pensato mentre facevo sparire quello che rimaneva delle bomboniere. Davvero avevo sprecato quel denaro così inutilmente?

Dovessi risposarmi oggi, mi piacerebbe che le celebrazioni potessero riverberare e portare gioia anche al di fuori della mia cerchia di amici, persino in Paesi lontani. Oggi aderirei al progetto Occasioni del cuore organizzato da Amref , la più grande organizzazione sanitaria africana. Anziché ovetti d’argento sceglierei bomboniere solidali: non oggetti destinati a essere conservati in fondo a un cassetto, ma regali originali in grado di migliorare la vita di altre persone: i beneficiari dei progetti di AMREF, ad esempio. E anziché farmi regalare tre-torstapane-tre mi affiderei alle Liste Nozze di AMREF, così da sostenere i progetti di sviluppo sanitario che l’associazione realizza in Africa in quattro aree di intervento:
scatolina portaconfetti e cartoncino rosa

1) Infanzia, per sostenere gli interventi nelle scuole;
2) Acqua, per supportare la realizzazione di interventi idrici e garantire l’accesso a fonti di acqua incontaminata;
3) Assistenza sanitaria, per promuovere la formazione di personale medico africano e l’accesso universale alle cure mediche;
4) Salute Materno- infantile per prendersi cura della salute di mamme e bambini e contrastare l’altissima mortalità materno-infantile in Africa

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In questo modo la lista nozze non sarebbe stata utile solo a me, ma si trasformerebbe in visite pediatriche, vaccini, acqua potabile per migliaia di bambini. Anzi, ora che ci penso sono ancora in tempo a farlo: ho ancora la Prima Comunione di Davide in carnet!

Buzzoole

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Perché tutte a me?

Erano le 19,45 e preparavo la cena in t-shirt e basta – ché così si sta in casa: mezzi nudi e scalzi – quando improvvisamente ho realizzato che era tardi, tardissimo, avrei dovuto passare a riprendere Lara già da un pezzo. Questo voleva dire che avrei dovuto lasciare tutto e correre da lei, ma siccome sono scema ho pensato bene di sfumare prima del vino bianco sulla carne del ragù che stavo cucinando.
Quando si sfuma del vino, a casa mia succede questo: che si attiva l’allarme del gas. Che sta lassù

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in alto, in altissimo, appena sotto il soffitto. Perché lo avranno messo là? Mah.
A ogni modo l’allarme ha iniziato a ululare, io sono salita su una sedia per spegnerlo e sono rimasta così, arrampicata e con un dito premuto sul bottone ché il suono ripartiva più acuto ogniqualvolta provavo ad abbandonare la postazione. In quel momento ha squillato il telefono. Sono scesa di corsa per rispondere, risalendo immediatamente sulla sedia per premere il bottone di stop. Era Lara, sollecitava il mio arrivo. Il ragù intanto, abbandonato a se stesso, bruciava.

In quel momento è rientrata Erika. Non era sola.

E mentre io e gli amici di mia figlia ci scambiavamo sguardi costernati e attoniti, nella mia mente ha preso forma una sola, desolata considerazione: perché tutte a me?

(Sì, quello è scottex e nastro da imballaggi. Non sono riuscita a risolvere diversamente)

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Festa della mamma e delle madonne

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Ieri sono andata a letto presto, verso le dieci di sera. Ero stanchissima e non capivo perché: lavoro da casa, non mi sento in diritto di essere stanca. Cosa avevo fatto dopotutto?

Mi ero alzata alle sette di mattina, mi ero dedicata alla mia mezz’ora di walk at home,, avevo preparato le colazioni, accompagnato Davide a scuola, poi Erika che aveva perso l’autobus e già che c’ero mi ero fermata a fare la spesa.
Una volta a casa ho cominciato a lavorare fino alle 13, quando ho preparato il pranzo per le ragazze e mentre loro mangiavano ho passato l’aspirapolvere e fatto un minimo di pulizie. Quindi mi sono messa a lavorare fino alle 16, dopodiché sono andata a riprendere Davide da scuola e subito dopo ho portato Lara in palestra da dove sono tornata alle 18. Una volta a casa Lara ho accompagnato Davide a un compleanno, fino alle 19,30, e da lì sono tornata per preparare la cena mentre le ragazze finivano di studiare. Erika è uscita alle 20 per cenare fuori con gli amici, alle 22 sono andata a riprenderla.

Dunque a ripensarci sì, meritavo di essere stanca. Oltretutto avevo dedicato pochissimo tempo al mio lavoro. Se fossi stata in forze lo avrei fatto di notte, ma credo di essere crollata prima di tutti.

Domenica si festeggeranno le mamme, e a me la cosa non piace. Mi sembra un contentino per premiarle di sforzi che meriterebbero ben altro, chessò, non aver il dito puntato contro in disapprovazione quando un ragazzo commette qualche sciocchezza. “Che si tratti di reati o di ragazzate, la colpa è sempre della madre. Mai che i giornali scrivano cose del tipo: ricercatrice scopre il segreto dell’immortalità, brava la mamma” dichiara Serena.

“Maggio è il mese della mamma e della Madonna, soprattutto delle madonne” chiosa Patrizia. E io no ho altro da aggiungere.

(foto da flickr in licenza cc)

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Libri con le ruote: se Maometto non va alla montagna..

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In altri tempi i bambini giocavano nei cortili. Oggi che i cortili sono diventati parcheggi, che i giochi all’aperto sono regolati da orari condominiali e le attività extrascolastiche vengono scandite da incastri rigidissimi, ad aiutare i bambini a divertirsi intervengono le associazioni come Parmakids – Vivere a Parma dai 2 ai 10 anni.
Parmakids è una sorta di Tripadvisor delle attività e dei locali “kids friendly”, anzi, è molto di più: non solo segnala gli esercizi commerciali in cui i bambini sono benvenuti e le attività sono organizzate a loro misura, ma mette direttamente in campo una serie di attività ricreative ed educative.

libri-con-le-ruote-2 L’ultima di queste si chiama “Libri con le ruote” .
Una bicicletta, tanti libri per ragazzi, sei appuntamenti nei parchi cittadini Perché non si deve leggere solo la sera prima di andare a letto.
(Sacrosanto, purché si abbia chiaro in mente che un bambino immerso nella lettura andrà recuperato dal mondo in cui è immerso con maggior fatica di quanta sia necessaria per distoglierlo da Minecraft.)

Lo scopo di Libri con le ruote è quello di portare i bambini in biblioteca, portando la biblioteca da loro: i libri presi in prestito nella biblioteca su due ruote devono essere restituiti, correndo così il rischio di scoprire che gli edifici in cui vengono conservati contengono mondi infiniti e infinite attività.
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“Prestare un libro ad un bambino è anche un modo di responsabilizzarlo, è come dirgli ti do questo libro, trattalo bene, sfoglialo, leggilo, poi risfoglialo…. Ma non tenerlo in ostaggio! Quando scade il prestito, riportalo in biblioteca, in modo che altri bambini lo possano leggere” Si legge sulla pagina facebook di Libri con le ruote. Sono assolutamente d’accordo -anche se questo mi costringe a confessare che conservo un libro preso in prestito da anni. Grazie per avermelo ricordato, amici di Parmakids.

I Libri in bicicletta aspettano i bambini di Parma per il primo appuntamento venerdì 6 maggio, alle 17.00, al Parco Ferrari. Non mancate ragazzi ci sarà anche il sole!

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Zoom Torino, ovvero: le tigri non sono vegane

È notizia recente che i visitatori dello Kristiansand Dyrepark, famoso zoo norvegese, si siano trovati inaspettatamente e loro malgrado ad assistere allo spettacolo di un gruppo di tigri che pasteggiava con la carcassa di una zebra.

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La cosa inizialmente mi aveva sconcertato, ma poi ci ho riflettuto su: se le tigri avevano mangiato una zebra (morta), io poco primo aveva portato a tavola carne di vitello (morto anch’esso). La sola differenza stava nel fatto che non ero stata costretta ad assistere alla preparazione del pasto.

I commenti dei lettori in calce alla notizia avevano offerti altri motivi di riflessione. “La nostra idea degli animali ormai deriva dai film di Walt Disney” chiosava uno. “In questo modo i visitatori sono stati informati che le tigre non sono vegane. Buon per loro” scriveva un altro. E ancora: “la vera notizia è che gli animali non dovrebbero stare negli zoo” aggiungeva un terzo.

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Quello che avevo pensato io era che gli uomini hanno perso la capacità di riconoscere l’alterità delle altre specie viventi. Quando ero bambina non era strano che venissi a contatto con conigli, tacchini, maiali, anatre e gli animali della fattoria vicino casa di mia nonna – ma anche vipere, scorpioni, tori. Mio figlio ha orrore delle lucertole e si stupisce sempre di vederne una nel panorama urbano che abitiamo.

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Per questo mi è sembrata una bella notizia quella relativa all’apertura del bioparco Zoom Torino. Non uno zoo ma appunto un bioparco immersivo nato allo scopo di condividere la conoscenza degli animali e dei loro habitat. Lo slogan del bioparco – “conoscere per conservare”  – si basa sul principio in base al quale non è possibile difendere o proteggere qualcosa o qualcuno se non lo si conosce. L’obiettivo di Zoom Torino è proprio far conoscere gli animali affinché si impari a proteggere, conservare e difendere le specie a rischio, sostenere la ricerca e approfondire le tematiche ambientali sensibilizzando i ragazzi sulla necessità di preservare gli elementi in cui tutti viviamo: acqua aria terra fuoco

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Zoom Torino si trova a trenta chilometri dal capoluogo piemontese ed è raggiungibile in circa due ore di auto da Lombardia e Liguria (o comodamente in treno) e offre l’ occasione alle famiglie di insegnare ai ragazzi il rispetto della biodiversità e delle specie animali quali davvero sono: non gli ippopotami ballerini di Fantasia, insomma.

Tutte le attività di Zoom Torino saranno indicate nei profili social del bioparco (Facebook, Twitter, Instagram)

 

Buzzoole

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Tu chiamale, se vuoi, omologazioni

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(foto scattata da mia figlia Lara, addobbata esattamente come le ragazze della foto, all’uscita da scuola)

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S’è fatta il tatuaggio (e io l’ho accompagnata)

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Ha iniziato a stressare con la storia che voleva un tatuaggio che aveva solo dodici anni – poco più che un bambina, dunque: ma sei impazzita!?

A tredici aveva scelto il disegno e la parte di corpo da deturpare.

A quattordici aveva iniziato una sorta di sciopero della fame per colpa della sua migliore amica, quella “avanti”, che già ne vantava due.

A quindici la richiesta si era fatta pressante. Niente che non potesse essere risolto con un disegno all’hennè fatto in spiaggia, comunque.

A sedici il pressing era diventato insopportabile. Ma si può dar retta a una sedicenne in balia di mode, umori e volubilità stagionale? No. E infatti la risposta ancora una volta era stata: no. “Ma perché?” Perché no.

A diciassette il disegno era stato scelto. E poi cambiato: una, due, tre volte.

A diciassette anni e tre mesi io e lei eravamo nello studio per fare i tatuaggi. Il papà da Bangalore, dove lavora, aveva già fatto pervenire tutte le autorizzazioni necessarie, le liberatorie, il visto si stampi. E io non ne potevo davvero più.

“Ma non temi i rinfaccioni futuri? I ‘ero troppo piccola per poterlo fare, avresti dovuto impedirmelo, avevi il diritto e il dovere di farlo’? ” chiedono le amiche.
Certo che li temo, anzi, l’ho messo bene in chiaro non appena varcata la porta di ingresso: mai una volta voglio sentirti dire che avrei dovuto impedirtelo. Ma so che lo farà, oh, se lo farà!

“I tatuaggi sono soggetti alle mode: i gechi, i tribali che tanto si vedono sugli avambracci dei ragazzi, tra qualche anno probabilmente sarà solo il marchio indelebile di un’adolescenza targata anni 2010, il cui significato è sicuramente carino ma forse non ne valeva la pena.”

E anche questo è vero. E allora perché non ho fatto ostruzionismo? Perché non le ho chiesto di aspettare quei nove mesi che la separano dalla maggiore età, così che la decisione fosse ragionata, metabolizzata, definitiva? Perché non ho fatto valere la mia autorità di madre negandole il consenso?

Per esasperazione. E anche perché la cosa smetterà di essere un mio problema a breve. Il brutto di avere figli grandi è che rimpiangi l’epoca in cui erano morbidi e cucciolini. Il bello di averli grandi è che puoi pensare: mo’ son cavoli loro.

(foto da flickr in licenza cc)

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Autismo: testimonianze e traguardi

È per senso di inadeguatezza – e non per disinteresse – che ho disatteso l’appuntamento la Giornata Mondiale dell’Autismo appena trascorsa (2 aprile). Perché, alla fin fine, che ne so io dell’autismo? Niente, solo quello che leggo da amici e conoscenti. Come la storia di Fiore, mamma di un bambino in età scolare. Fiore non riusciva a dare voce al senso di allarme che avvertiva verso certi comportamenti del bambino e ha continuato a indagare a dispetto delle rassicurazioni dei medici. Quando alla fine la diagnosi di disturbo dello spettro autistico è arrivata, si è quasi sentita sollevata: la stonatura che avvertiva aveva un nome. Da allora la famiglia di Fiore affronta la peculiarità di questo ragazzino straordinario che ogni giorno insegna loro a vedere il mondo da una prospettiva nuova e inconsueta. Io non posso fare a meno di pensare che se crescere un figlio è faticoso, crescere un figlio autistico richiede i superpoteri.

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La Fondazione Oltre il Labirinto Onlus è uno di questi: specializzata nel seguire quotidianamente bambini e ragazzi con autismo, Oltre il Labirinto Onlus può raccontare storie positive di integrazione e aiuto che raccoglie nell’hashtag #traguardi.

“Vogliamo continuare a raccontare altre storie, altre imprese semplici e al tempo stesso memorabili: come quella di Barbara, che nella semplice atmosfera di una cucina trova un po’ di indipendenza e dignità e quell’autostima che nasce dal creare qualcosa da poco, con le proprie mani; di Ottavio e Giampietro, che per la prima volta hanno provato la gioia di andare al cinema insieme ad altri ragazzi della loro età; e di Alberto, che grazie all’ausilio di una bicicletta speciale è riuscito a pedalare insieme a suo padre”

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“Ci vuole un villaggio per crescere un bambino” recita un proverbio africano, e questo vale tanto più per un bambino autistico. Se però si è lontani dal villaggio, un SMS al 45501 è sufficiente.

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Via l’olio di palma dai biscotti Plasmon

Ognuno ha la sua madeleine. La mia è un biscotto Plasmon : croccante, friabile, al gusto di infanzia.

La nonna li comprava per me, ma poi se li mangiava lei.

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Per rispondere alle mie proteste – e giustificare un gesto tanto crudele – la nonna mi mostrava la pubblicità dei biscotti su una vecchia copia di Selezione del Reader’s Digest dove una signora dalla cofana bruna dichiarava che erano “buoni, nutrienti e salutari, perfetti per bambini in età da svezzamento, anziani e convalescenti”.
Io non ero da svezzare, né anziana, tanto meno convalescente. La nonna invece era anziana, dunque che la lasciassi mangiare i biscotti in santa pace.
Per compensare le frustrazioni subite mi sono comprata i biscotti Plasmon da sola non appena raggiunta l’indipendenza economica e ho proseguito a ogni figlio.

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Confesso di non essermi mai curata degli ingredienti utilizzati – sono pur sempre quella che ha svezzato i figli a colpi di salsicce dell’Alta Valtiberina – ma mamme più accorte lo hanno fatto, contestando all’Azienda l’utilizzo dell’olio di palma.

Non ho nulla contro l’olio di palma dal punto di vista alimentare, mentre mi spaventa il danno all’ambiente che la coltivazione intensiva ed estensiva comporta, con aree deforestate e distruzione della biodiversità. Per questo sono stata contenta di sapere che #plasmon ha accolto le obiezioni dei genitori più attenti sostituendo l’olio di palma con olio di girasole e di oliva. Il gusto dei biscotti Plasmon non è cambiato: rimangono croccanti e friabili e con il sapore dell’ infanzia.

Solo, si possono mangiare senza remore e sensi di colpa. “È perché #tiabbiamoascoltato fa sapere la Plasmon informando che la distribuzione dei biscotti senza olio di palma è già iniziata.
Così posso mangiarli anch’io senza sensi di colpa (perché non sono neonata né convalescente, ma un po’ vecchiarella sì)

Buzzoole

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La Via Crucis (quella volta che capii cos’è)

“Ma io sono fortunato?”
“Tu sei molto fortunato”
“Già. Perché sono nato”

Mio figlio è nato due volte, oggi festeggio la prima. In questa Domenica delle Palme, equinozio di primavera, persino io – laica – sento il bisogno di entrare in chiesa e ringraziare. Non una chiesa moderna. Una chiesa di campagna, una chiesa minore, ricca di spiritualità contadina. L’Umbria ne è piena.

Questa Domenica delle Palme otto anni fa era un giovedì. Io mi trovavo al reparto maternità per abortire mio figlio per via di una diagnosi infausta che si rivelò sbagliata.

Il venti marzo di otto anni fa era un giovedì, il giovedì di Pasqua, e nevicava. I bambini del reparto maternità piangevano. Il medico che avrebbe dovuto farmi partorire, farmi abortire, forse era in ferie e questo ci salvò dalla tragedia. Una donna incontrata sei mesi dopo in fila alle casse di una profumeria mi raccontò che lei per lavoro praticava le autopsie sui feti abortiti e che sarebbe stata lei a rivelarmi che mio figlio era sano, che si era trattato di un errore.

Quel giovedì di Pasqua nevicava e stavo soffrendo, l’indomani sarebbe stato il venerdì di Pasqua e anche io, come Qualcuno duemila anni prima, stavo vivendo la mia Via Crucis.

Quando percorri la via Crucis sei solo. Nessuno ti aiuta, anzi. Le persone ai bordi della strada ti ostacolano, lo Stato tende una mano solo per consegnarti una cartella Equitalia, l’Europa interviene per ricacciarti dall’inferno da cui sei fuggito.
È fatta così la via Crucis e prima o poi la viviamo tutti. Quel giovedì di Pasqua persino io, laica, capii il significato della Pasqua e della Resurrezione. E della via Crucis che la precede. Per questo persino io, laica, sento il bisogno di trovare una chiesa di campagna scarna di arredi e povera di affreschi, per ringraziare chi la percorse prima di me, per farmi strada.

 

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